È emozionante, benché impossibile, dar conto delle innumerevoli azioni dettate dall’amore e dall’altruismo che, silenziosamente, si compiono ogni giorno. Abbiamo raccolto solo alcune storie, perciò: solo una piccola goccia nel mare infinito della bontà.

La storia di Pinella

A Sortino in Sicilia, due ragazze in “età avanzata”, Pinella e Lucia continuano da 20 anni a stare insieme assistendosi reciprocamente.

La storia inizia nel 1966 quando i genitori di entrambe le avevano accompagnate in un centro di riabilitazione perché nate con handicap.

Con il passare del tempo, Pinella riusciva a migliorare raggiungendo uno stato di quasi autonomia mentre Lucia si trova tuttora su una sedia a rotelle, ricoverata in una casa per anziani.

Le due, ormai non più bimbe, stanno insieme tutti i giorni e Pinella aiuta l’amica nei bisogni più elementari. La porta con una carrozzina in giro per le vie di Sortino e la fa partecipare alla vita cittadina.

Pinella è consapevole della fortuna avuta e non dimentica aiutando l’amica a vivere più che a sopravvivere ricoverata com’è in questo centro per anziani.

Questa amicizia, lunga nel tempo, è la prova evidente che nella bontà, Lucia ha trovato chi si cura di lei, ormai senza più i genitori.


 Massimiliano e Stefano

Massimiliano e Stefano, due fratelli di Trieste, hanno smentito il vecchio detto che un genitore può assistere tanti figli mentre un figlio non riesce ad assistere un genitore.

Lo hanno dimostrato prendendosi cura della madre a casa, dopo una malattia invalidante, che aveva espresso il desiderio di non abbandonare la sua vecchia abitazione.

E così i due baldi fratelli (due di quattro figli) a turno, sono a casa con la mamma, a prendersi cura di lei, spontaneamente e da diverso tempo ormai.


La storia di Carola…

Carola ha vent’anni, ma a scuola è diversa dalle ragazze della sua età. L’anno scorso si è diplomata all’ITC “Moreschi” di Milano con il massimo dei voti ed è diventata il punto di riferimento della sua famiglia. Papà Nando colpito da un grave handicap motorio è il custode di uno stabile con diritto ad un piccolo alloggio che altrimenti non si sarebbe potuto permettere. L’anno scorso, in seguito ad una caduta, si è fratturato il femore; tanti mesi di cure riabilitative durante i quali è stato sostituito da Carola che si è assunta i lavori più pesanti relativi alla portineria per impedire che i condomini pensassero di sostituire Nando. Mamma Annalisa per arrotondare fa dei lavoretti saltuari presso alcune persone anziane della zona. Entrambi i genitori sono originari dalla Sardegna e l’estate scorsa, dopo la maturità, mamma Annalisa come premio, ha proposto a Carola di andare al mare dalla nonna in Sardegna, avrebbe pensato lei alla portineria. “Non se ne parla nemmeno – ha detto Carola – non ti lascio da sola ad affrontare le cure di papà e il lavoro nel condominio.” Quest’anno Carola si è iscritta alla facoltà di mediazione culturale. Il suo interesse principale è sempre stato quello di aiutare chi si sente diverso ed escluso  ed ora vuole studiarne il metodo.

Questa storia potrebbe sembrare banale, sono molte le ragazze brave a scuola che aiutano i genitori ! ma in un mondo di adulti dove tutto è ”dovuto” è bene segnalare che esiste anche l’altruismo in famiglia.


La storia di Ilario

Ilario supera le barriere architettoniche. Un piccolo Superman, che si incarica ogni giorno di far capire agli adulti quanto poco ci vorrebbe per rendere meno disagevole la vita dei diversamente abili. Lui la risolve facilmente (per così dire) perché è alto e forte: ogni mattina aspetta davanti all’entrata della sua scuola l’amico Cosimo, affetto da distrofia muscolare, se lo carica sulle spalle e lo porta in classe; quando Cosimo deve andare alla lavagna, eccolo di nuovo in azione. E così quando è il momento di andare in bagno, e ancora al termine dell’orario scolastico.

La nostra società non è accogliente nei confronti delle persone svantaggiate. Per fortuna c’è Ilario, e ci sono tanti ragazzi come lui che, ogni giorno, la rendono migliore.


La storia di Florin

Pare un racconto di altri tempi, eppure siamo a Roma, nel XXI secolo. Florin, un ragazzo romeno che vive con la famiglia – quattro persone in tutto – in un casale diroccato presso l’ippodromo di Tor di Valle, ogni giorno va a prendere l’acqua con una tanica di venti litri che carica su una carriola per trasportarla fino a casa. Nel periodo delle grandi piogge autunnali passa più volte la notte fuori casa, senza dormire e al freddo, per raccogliere l’acqua che scende dal tetto. Insieme al padre – con il permesso del personale – ha attaccato un generatore alla rete elettrica dell’ippodromo, in modo da avere la corrente almeno qualche ora al giorno. Per andare a scuola, percorre ogni giorno parecchi chilometri a piedi.

Florin non si lamenta, è gentile e rispettoso con i compagni e gli insegnanti. A volte, ha qualche difficoltà a mangiare alla mensa della scuola perché pensa alla sua famiglia che non ha nulla da mettere a tavola.

Il suo sogno è avere una casa dignitosa per la sua famiglia, una vita fatta di lavoro e di cose “normali”. La nostra speranza è che il Premio, insieme alla solidarietà e all’amicizia dei suoi insegnanti, possa aiutare Florin a realizzarlo.


La storia di Marinella

A 82 anni, Marinella si impegna nell’assistenza a una signora di 100, affetta da encefalopatia vascolare con deficit psicomotorio totale. Con energia e spirito pratico, oltre a fare compagnia alla malata, dà una mano alla figlia, anch’essa anziana e affaticata, sollevandola da molte delle incombenze quotidiane e – soprattutto – offrendole il suo affettuoso sostegno psicologico, fatto di ottimismo e coraggio.

Dopo la morte della signora, Marinella si dedica a un’altra malata, alla quale è stato diagnosticato, in seguito a encefalopatia vascolare, un grave deterioramento cognitivo. Per sette anni le fa visita, la porta a fare brevi gite in macchina in giro per la città, perché si senta una “persona” e non un caso clinico. Quando infine la signora, a causa delle sue condizioni, viene ricoverata in una casa di riposo, Marinella continua ad andarla a trovare e a provvedere a tutte le sue necessità.

Nel 2010 Marinella, a 89 anni, è segnalata per il premio. E dire che, prima di entrare nell’assistenza domiciliare, è stata – per tutta la vita – nella Croce Rossa, come infermiera e poi come ispettrice delle infermiere volontarie. Un’esistenza davvero ben spesa.


La Storia di Ersilia e Gianni…

Non è facile documentare quando assistere il congiunto nella buona e nella cattiva sorte da promessa diventa realtà.

Ersilia da anni è vicina a Gianni, colpito da trombosi cerebrale che 7 anni fa lo ha immobilizzato completamente impendogli anche di parlare e lasciandolo libero solamente di muovere gli occhi.

Ersilia lo ha voluto in casa.

Ha chiesto aiuto agli amici che si sono prodigati in una gara di solidarietà: c’è chi lo porta all’università, chi lo porta a fare un giro in giardino pubblico e c’è chi la domenica lo accompagna per Trieste. Alcuni di loro sono vecchi amici di famiglia.

Gianni non si è dato per vinto e, grazie ad un lettore ottico, riesce a comunicare con il solo movimento degli occhi, partecipa ad un progetto sperimentale di lettura delle onde cerebrali promosso dall’Università di Trieste e tramite una cuffia con 17 sensori mette in moto l’energia del suo cervello nell’interazione col computer.

Quanta forza di volontà, quanta generosità, quanta ricerca e studi per il bene dell’essere umano in questa semplice storia di famiglia modello!

 


 

Dopo La Tempesta… La Calma.

Dopo un mese trascorso con enormi sofferenze a Cattinara, il 23 novembre mia mamma è finalmente dimessa e può essere accolta nella RSA San Giusto, stanza 110, l’ ultima del lungo corridoio. La stanza è bellina, ma la compagnia non è delle più allegre: vicino alla porta c’è Rosa, 95 anni, tenuta in vita dall’ossigeno dopo 3 ictus avuti in 2 mesi. Dall’altra parte c’è Albina, che non fa altro che invocare tutto il giorno i nomi dei familiari o addirittura della mamma; di fronte c’è Vanna, che si è fratturata braccio e femore ed è sul depresso… A Rosa, la peruviana molto gentile che ha accolto e che lavora con la porta aperta, accenno subito alla possibilità di metterla in una stanza meno triste… Ma piano piano, giorno dopo giorno, l’atmosfera cambia. Già la sera stessa scopro che Albina è la nonna di Fabio, mio ex-alunno, e di Manuela Declich, consigliera comunale. Il giorno dopo vengo a sapere incidentalmente che la figlia di Rosa è amica di Paola Bissaldi e desidererebbe i Sacramenti per la mamma, prossima a varcare la soglia dell’eternità. Infine scopro che Vanna è parente di Fabio Spehar, il fisioterapista già amico nostro di gioventù che aveva aiutato nostra mamma quando si era fratturata la gamba tre anni fa. Ho visto nuove queste persone che soffrono come noi per la situazione della persona loro cara.
L’amore per mia mamma e per le altre persone mi ha suggerito un’idea: chiedere a don Muggia, che celebra la Messa nella cappella dell’ITIS in mancanza di un cappellano, che venga a dare l’ Unzione degli Infermi a Rosa e porti Gesù Eucaristia a mia mamma nel giorno del suo 99 compleanno. Così domenica 26 novembre, dopo la Messa celebrata presso le Suore di Carità, porto in macchina all’Itis don Giampaolo e mi reco con lui nel reparto RSA: trovo la stanza rifatta bene, mia mamma che lo aspettava in corridoio insieme a Vanna che era contenta anche lei di ricevere Gesù (come di sentire Radio Maria!). Ho disposto i fiori portati per il compleanno della mamma, ho letto il Vangelo e poi ho assistito don Giampaolo mentre davano l’unzione degli infermi a Rosa… Qualche ora dopo, tornata per il pranzo, mi vedo arrivare una pianta di ciclamini dai parenti di Rosa in segno di riconoscenza. Questa pianta il giorno dopo l’ho portata in chiesa dell’Itis insieme alla badante di Rosa, che era contenta di sapere che c’è una chiesa in questo luogo di sofferenza. E lei si prende cura di Rosa ma anche di mia mamma, di Albina, di Vanna quando non ci siamo noi parenti. Il personale si stupisce di quest’accordo che trova entrando nella stanza 110, come hanno mostrato di gradire le paste che abbiamo portato loro dopo la festicciola che abbiamo fatto domenica pomeriggio con i nipoti e una pronipotina per solennizzare con una nota allegra questi 99 anni, con la speranza di poter fare presto a casa sua una festa vera e propria con la classica torta. E’ qui per la riabilitazione e con la speranza di poter tornare a casa sua, con l’aiuto di Dio e …dei fisioterapisti e la forza indomita di volontà che la caratterizza da sempre.

Rita Corsi


La storia di Alessia e Luca

Una domenica mattina del 2007 il mio piccolo – aveva allora poco più di 5 anni – si sveglia all’alba lamentando un fortissimo dolore ai piedi; ha anche qualche decimo di febbre. “Artralgie, nulla di preoccupante …” ci dice il pediatra venuto a casa la domenica stessa e ci confermano i medici consultati nei giorni seguenti. Ma nel giro di un mese arriva la diagnosi di leucemia linfoblastica acuta. Così Luca inizia la terapia: 24 mesi – da protocollo. Durante questi mesi però la vita deve andare avanti. Luca ha appena concluso la scuola dell’infanzia e a settembre avvia la scuola primaria in ospedale con la dolcissima maestra Dori.

A febbraio siamo finalmente a casa per una pausa di 3 mesi, ma Luca non può frequentare la scuola a causa dell’immunodepressione causata dalla chemioterapia. Così è costretto a lavorare a casa, in parte con il servizio di Istruzione Domiciliare e in parte grazie alla cortesia di uno scricciolo chiamato Alessia. Da quel momento Alessia diventa l’angelo custode di Luca; dapprima un angelo invisibile, conosciuto da Luca solo per mezzo dei suoi quaderni e di quello che gli racconta la mamma, poi in carne ed ossa quando, a partire dalla terza elementare, finalmente Luca frequenta regolarmente la scuola. Anche nei mesi e negli anni successivi la sua amichetta non interrompe la sua azione di tutoring, benché nessuno ormai glielo chieda più. Terminato il ciclo della scuola primaria, quando ormai nessuno se lo aspetta, la malattia improvvisamente ricompare. Questa volta la chemio non basta, ci vuole un trapianto di midollo. E così Luca si prepara ad affrontare questa ennesima battaglia, forte della maturità che il lavoro attento delle maestre e il clima accogliente dell’intera classe ha saputo produrre.

Ancora una volta con grande sofferenza, ma anche con i suoi amici di sempre a fianco, Luca riesce a vincere la sua battaglia, e ancora una volta, rientrato a scuola nel mese di aprile, ritrova il suo angelo custode. Luca ed Alessia sono in prima media.

Oggi (2013) frequentano la seconda, la battaglia di Luca non è del tutto conclusa, ma la gratuità dell’amicizia di Alessia gli infonde quel giusto grado di fiducia nelle sue possibilità, nelle persone che lo circondano e nel suo stesso futuro.

Maria Rita Borgia (mamma di Luca)

When you guess around your futurity multi-million dollar transportation moguls, modern investigator giants, and up-and-coming diplomats, please think a minor smattering of them probably standard their Ivy League degrees thanks to me essay on help ever hurt never Micturate certain they recognise your aim and Write a pageboy or so approximately the significant it has for you. They get restricted scholastic writers who suffer meeting and abilities whence they are sure of what they spring to their customers at all times not at all same those organizations which are in the trade for budgetary increases.

 


Siamo lieti di ospitare la lettera inviataci da Massimo Tedesco e segnalarla come iniziativa di bontà.

Gentile dott. Pianciamore,

desidero segnalare a lei e al Comitato del Premio alla Bontà la vicenda di Andrea Canziani, vicenda nella quale mi sono imbattuto casualmente essendo stato invitato a creare il suo sito: www.ilsognodiandrea.it.
Andrea è un ragazzo triestino che all’età di 10 anni è stato colpito da un angioma celebrale che lo ha dapprima fatto entrare in coma e poi costretto all’immobilità.
I suoi genitori, non rassegnandosi all’idea di una vita vegetativa, hanno iniziato una odissea in diversi centri neurologici internazionali alla ricerca di una cura, fino a quando si sono imbattuti negli Istituti per il Raggiungimento del Potenziale Umano di Filadelfia (USA) che promuovono una terapia riabilitativa innovativa: il “Metodo Doman”.
Si tratta di un metodo atto a favorire il recupero dei bambini cerebrolesi, la cui peculiarità consiste nel fatto che tutto viene svolto a casa del bambino, nel suo ambiente familiare. La sua palestra, la ginnastica, l’istruzione, tutto avviene all’interno delle mura domestiche ed il programma viene svolto dalla stessa famiglia, con l’aiuto di amici, parenti e comuni volontari che offrono qualche ora del loro tempo libero per mettersi a disposizione del bambino.
Andrea, grazie all’intensivo programma della terapia Doman, è passato da uno stato vegetativo a una fase iniziale di mobilità che è in continua e progressiva evoluzione. Ha ricominciato persino a scrivere autonomamente e si regge da solo in piedi per alcuni minuti fino a spiccare tre passi per raggiungere il tavolo in maniera autonoma. Progressi che, solo cinque anni fa, ben pochi avrebbero osato prevedere.
Esiste una vera e propria gara di solidarietà a Trieste per aiutare Andrea a raggiungere il suo sogno: poter camminare di nuovo. Centinaia di volontari si alternano continuamente per fargli compiere gli esercizi prescritti. Sono persone che credono nel metodo, ne hanno visto le potenzialità e nulla desiderano in cambio, venendo ripagati solamente dal sorriso riconoscente di Andrea.
Sono rimasto colpito da questo lampante esempio di bontà collettiva che si svolge in assenza di clamore a Trieste e del quale non ero a conoscenza.
Naturale, a quel punto, è stato il collegamento con il Premio alla Bontà Hazel Marie Cole.
I genitori di Andrea hanno bisogno di pubblicità perché il loro obbiettivo primario è quello del reclutamento di nuovi volontari e il Premio alla Bontà, ben conosciuto in città, con la sua capacità di attrarre visibilità e sempre attento a vicende simili a questa, non poteva non esserne messo a conoscenza.
La invito a visitare il sito per ulteriori approfondimenti: www.ilsognodiandrea.it.
Cordiali saluti.


MARIA TERESA MOSCONI ED ENRICO CARLO STRAULINO
“COGLIERE UN FIORE E CONSEGNARLO ALLA LUCE”
PREFAZIONE DI DOMENICO CARA
EDIZIONE: LABORATORIO DELLE ARTI -MILANO

“Maria Teresa Mosconi e il libro che ha scritto con il figlio mi hanno fatto tornare indietro quando con Adriana Marini avevamo la responsabilità della pubblicazione di un giornale studentesco, il NOI STUDENTI che, lei da Milano e io dalla Sicilia, cercavamo di far leggere ai nostri compagni di scuola. Per quanto mi riguarda devo dire che è stato un successo giovanile e sono lieto oggi di presentare il libro di Maria Teresa Mosconi tramite la cara amica Adriana Marini.
Questo libro per me rappresenta l’esempio,il coronamento,il successo dopo tanti anni di paziente lavoro comunicativo tra due “esistenze”. Una madre che riesce a stabilire un “contatto”, a dialogare con il figlio nonostante i pareri negativi espressi per anni dai “tecnici”, è la conferma che tutto si può fare con l’amore,la generosità e la bontà.”

Aldo Pianciamore


Vicina a Maria Teresa…

E’ normale che una madre accudisca il proprio figlio, specialmente se è disabile. Se ci guardassimo attorno con occhi un po’ più attenti, chissà quanti casi di sofferenza e dedizione familiare potremmo scoprire.
Però la storia di Maria Teresa è diversa.
Ella dall’aspetto sembra fragile come una fogliolina al vento. I capelli corti, il fisico minuto, l’abbigliamento casual-sportivo, la fanno assomigliare a una ragazzina, ma la forza di Maria Teresa è tutta nelle sue idee.
L’ho incontrata casualmente in una libreria, dove presentava il suo libro “Cogliere un fiore e consegnarlo alla luce” e mi ha subito interessata.
Poi l’ho conosciuta meglio, ho visto suo figlio Enrico, che per un incidente al parto è nato spastico, non parla e non cammina.
La giornata accanto a Enrico è un infinito susseguirsi di gesti e attenzioni che vanno rivolti a lui: bisogna lavarlo, girarlo, imboccarlo, sistemarlo sulla sedia e ogni volta ricominciare senza mai stancarsi, senza farsi prendere dall’insofferenza e dallo sconforto.
Maria Teresa ha fatto di più, non ha mai trattato Enrico come un essere privo di coscienza e di desideri, ha sempre cercato di comunicare con lui, di fargli fare le sue scelte, finché è riuscita ad interagire con lui, non solo per gli aspetti del quotidiano, ma addirittura suscitandogli il desiderio di esprimersi in poesia…
Insieme hanno scritto il libro sopracitato, che Vi consiglio di leggere, per entrare in un mondo che alla maggioranza di noi è sconosciuto, o giudicato secondo “clichè”, ma che invece è ricco sia emotivamente che culturalmente.
L’impegno di Maria Teresa non è dedicato solo a suo figlio, ella è diventata il punto di riferimento per tante famiglie colpite da un evento così grande, che affrontano con le reazioni più diverse: dalla rabbia al rifiuto all’isolamento.
Maria Teresa non smette mai di lottare per suo figlio e per loro.
Inoltre ha creato intorno a sé una vasta rete di volontari, ma questo forse ve lo racconterò un’altra volta…
Per lei ho scritto di getto la poesia che allego.

Adriana Marini


Maria Teresa!

Maria Teresa,
piccola donna forte
sei riuscita a infrangere i muri
che la sorte
ti ha posto sul cammino
col fragile bambino.

A Enrico, soffio di vita
che non sa camminare
pian piano hai costruito le ali per volare…

Lui che non sa parlare
conosce la magia
di scrivere parole
in forma di poesia.

Eppure tutto questo
ancora non è niente
intorno a te hai coinvolto tanta gente:
parenti amici e sconosciuti
che hanno dato e ricevuto aiuti!

E tutto questo giro
di amici e di parole
è stato naturale
come il sorgere del sole.

Ma quello che considero
“miracolo a Milano”
è il tuo rapporto vivo col marito Adriano…
E anche se a volte la tua vita si sdoppia
con lui non hai mai smesso di essere una coppia!!

Adriana Marini

Maggio 2003


La storia di Luca e Alessia (scritta dalla mamma di Luca)

La storia che sto per raccontare dura esattamente 5 anni.

In me, solo qualche settimana fa, quei 5 anni evocavano essenzialmente due cose: la durata della scuola primaria e la durata di quei 5 anni che, una volta trascorsi da una diagnosi di una malattia oncologica, ti fanno sperare di averla lasciata alle spalle.

Questi due eventi si sono perfettamente intrecciati nella vita di mio figlio Luca.

Il 10 giugno del 2007, era una domenica mattina, la prima successiva all’ultimo giorno di scuola, era la Domenica del Corpus Domini, il mio piccolo – aveva allora poco più di 5 anni – si svegliò all’alba lamentando un fortissimo dolore ai piedi; aveva anche qualche decimo di febbre. “Artralgie, nulla di preoccupante …” ci disse il pediatra venuto a casa la domenica stessa; lo stesso fecero alcuni suoi colleghi, interpellati nelle settimane successive da due genitori che vedevano il loro piccolo non solo non riprendersi, ma quasi venire meno ogni giorno di più. Ci volle all’incirca un mese per arrivare ad una infausta diagnosi di leucemia linfoblastica acuta. Dunque il 9 luglio Luca iniziò la terapia: 24 mesi di terapia – da protocollo. Durante questi 24 mesi però la vita doveva andare avanti. Luca aveva frequentato l’ultimo anno della scuola dell’infanzia accumulando un gran numero di assenze a causa di uno stato di salute molto precario (avvisaglie di quello che stava per accadere?). Compiva gli anni ad Aprile ed io, reputandolo pronto per la scuola primaria, lo avevo comunque iscritto alla classe prima, pur consapevole del parere non del tutto favorevole della sua maestra.

Così a settembre Luca avviò i suoi studi in ospedale con la dolcissima maestra Dori.

lucaTuttavia il primo anno di terapia, pur essendo molto intenso, prevedeva anche dei periodi più o meno lunghi di pausa: così da ottobre a Natale Luca era a casa circa 20 giorni al mese; non potendo frequentare la scuola a causa dei “valori bassi” che lo rendevano particolarmente sensibile alle infezioni, presi contatto con il Dirigente Scolastico, dott. Pepe, che mi fece conoscere le maestre. Insieme avviammo la pratica per l’Istruzione Domiciliare che sarebbe partita a Febbraio: a partire da quel mese infatti la terapia di Luca prevedeva uno stop di tre mesi durante i quali saremmo rimasti a casa. Dunque a Febbraio sarebbe partita l’Istruzione Domiciliare, quando eravamo a Roma ci pensava la Maestra Dori … e per il resto? È da ingenui pensare che tutto questo possa bastare per dare una preparazione adeguata ad un bambino che avvia il suo precorso di studi.

D’altra parte una mamma insegnante, in aspettativa per poter accudire il figlio, era pronta a mettere a servizio del suo piccolo le sue competenze; così cominciai, d’accordo con le maestre, a presentarmi a scuola a giorni alterni per recuperare i compiti da passare al mio “studente speciale”. Non essendoci ore a disposizione da parte delle docenti, mi presentavo a scuola a qualsiasi ora, interrompevo la lezione, prendevo i quaderni che dovevo al più presto riportare per permettere ai bambini di continuare a lavorare … no, così non poteva proprio andare … nonostante la generosa disponibilità da parte di tutti (docenti, dirigente, collaboratori e soprattutto bambini) mi rendevo conto di non poter continuare a recuperare i compiti con quella modalità. Pertanto confrontandomi con le maestre, alla mia domanda se ci fosse qualche compagnetto/a a cui potermi rivolgere senza dover ogni volta interrompere la lezione, mi fu fatto il nome di Alessia Cappellano: “è una bella piccina, sempre presente e molto attenta, si potrebbe rivolgere a lei” … e così fu.

Pur essendo il nostro un piccolo paese, e pur abitando a 100 metri di distanza, non conoscevo Alessia né i suoi genitori, eppure da subito mi hanno accolta, sono stati disponibilissimi; una o due volte a settimana mi presentavo a casa loro, prendevo tutti i suoi quaderni, li portavo a casa, ricopiavo i contenuti che proponevo poi nell’arco della settimana al mio Luca, per poi riconsegnarli alla sua proprietaria. Così siamo andati avanti per tutta la prima elementare e per gran parte della seconda: l’amicizia tra Alessia e Luca si è consolidata anche se per tramite di questa mamma; Luca e Alessia sono diventati amici pur non essendosi mai visti.

Ho sempre definito Alessia una “donnina” : responsabilissima, sempre attenta a recuperare la fotocopia in più per il suo amichetto, a farmi trovare i quaderni in ordine, a scrivermi sui foglietti anche gli avvisi magari di uscita anticipata o di qualche assemblea sindacale … non le sfuggiva nulla! È soprattutto grazie alla disponibilità di Alessia (nonché alla bravura delle maestre che evidentemente erano artefici dei contenuti di quei quaderni!) che il mio piccolo, quando in terza ha cominciato a frequentare la scuola con regolarità, non si è trovato in difficoltà dal punto di vista delle competenze e delle conoscenze. Questa sicurezza gli ha permesso, a mio modestissimo avviso, di affrontare con maggiore serenità un percorso d’integrazione in un contesto classe che è poi proseguito con alti e bassi nei due anni successivi. La classe tutta si è mostrata fin dal primo momento oltremodo accogliente nei confronti di Luca, anche se per lui la scuola era essenzialmente Alessia; come mamma e come insegnante sono consapevole del fatto che non fosse semplice rapportarsi a lui. Un bambino al quale per due anni non si è fatto altro che dire “Forza campione! Dài che ce la fai! Sei un bambino coraggioso!” con l’unico obiettivo di farlo sentire forte e in grado di sconfiggere la malattia e soprattutto di non farsi vincere da questa, è un bambino abituato a “vincere” che a tratti può apparire un po’ “viziato”.

Pertanto, trattandosi di bambini, gli scontri non sono mancati: eppure la piccola-grande Alessia ha continuato a fargli da angelo custode; anche negli anni successivi non sono mancate le assenze a scuola da parte di Luca: ebbene, quando la chiamavo al telefono e magari la rintracciavo a casa della nonna, mi rispondeva: “ Sapevo che avresti chiamato così ho portato con me i quaderni …” Viceversa non l’ho mai sentita dire una parola di critica; di occasioni ce ne sono state diverse in questi anni, motivi di incomprensione e di conflitto con la classe (episodi di bambini si intende, sempre moderati con sapienza dalle maestre!) eppure per bocca di Alessia non mi è mai giunta una parola a riguardo.

Al termine di questi 5 anni dunque, non posso fare a meno di guardarmi indietro e di fare un bilancio. E in questo bilancio la “donnina Alessia” copre sicuramente un ruolo speciale. Senza togliere niente ad alcuno dei compagni di classe, desidero segnalare il comportamento maturo, generoso e responsabile di questa bambina che, non solo nel momento dell’emergenza, ma lungo tutti questi 5 anni, non si è rifiutata né risparmiata nell’aiutare Luca e, visto il carattere di mio figlio, certamente non lo ha fatto in funzione di una facile gratificazione.

Sarei grata alla Scuola Primaria “Giovanni XXIII” di Statte, nella persona del suo Dirigente, se volesse considerare l’opportunità di trovare le modalità opportune per gratificare l’alunna.

Certa di trovare adeguato riscontro, invio cordiali saluti.

P.S. Certo la vita è proprio strana. Se avessi scritto questa “relazione” solo 8 giorni fa, probabilmente sarebbe finita qui, oggi invece sento il dovere di aggiungere due righe. Lo scorso 10 giugno, con una precisione degna della mezzanotte di Cenerentola, ancora una domenica, ancora la prima successiva all’ultimo giorno di scuola, ancora la Domenica del Corpus Domini, la malattia si è ripresentata e ora siamo nuovamente pronti a combattere. Due cose mi preme dire: non so ancora precisamente a cosa andremo incontro nei mesi a venire … certo, in visione di un trapianto di midollo, il cammino non potrà essere semplice. È proprio del mio carattere non lasciarmi abbattere e cercare viceversa sempre il lato positivo in ogni cosa che mi accade e a questo proposito non posso fare a meno di notare che Luca ha avuto la possibilità di concludere il suo ciclo di studi, in modo dignitoso e senza doverli interrompere anticipatamente rispetto al percorso dei compagni. Ha avuto grandi soddisfazioni a scuola che indubbiamente hanno contribuito a rafforzare la sua autostima, per ovvi motivi precaria all’inizio del percorso scolastico. E in tutto questo ancora una volta devo ringraziare la piccola Alessia. Ma c’è un secondo aspetto che voglio sottolineare. Quando ho dovuto per forza di cose ripensare ai ricoveri, ai Day Hospital e a tutto ciò che avrebbe comportato la ripresa della terapia, ero terrorizzata: nella prima fase della malattia ogni volta che entravamo in ospedale Luca non parlava con nessuno; si chiudeva a riccio, non salutava, non mangiava, non alzava mai lo sguardo … per tutta la durata del ricovero. Il timore che questo atteggiamento si dovesse verificare di nuovo mi terrorizzava. Invece, con mio grande stupore, in questa prima settimana di ricovero ho potuto constatare quanto mio figlio sia cambiato: è relativamente tranquillo, si relaziona con tutti, dai compagni di stanza, agli infermieri, alle volontarie ed i clown che aspetta con ansia per poter giocare con loro (unici momenti in cui si separa dai suoi “amati” video games), ai medici ai quali rivolge domande in continuazione mettendo in luce, appena gliene capiti l’occasione, quelle nozioni di scienze che ha acquisito in questi anni di scuola. Certo è cresciuto, tra 5 e 10 anni c’è una bella differenza, ma io sono fermamente convinta che questo suo mutato atteggiamento sia dovuto in massima parte al percorso educativo che le sue maestre hanno progettato e portato a compimento, lavorando in modo eccellente su Luca e tutti i suoi compagni. È a loro che rivolgo il mio grazie dal profondo del cuore.